Il Tribunale di Venezia ha ordinato ad Acqua Minerale San Benedetto di rimuovere dal proprio sito internet e dai canali social cinque affermazioni ambientali ritenute ingannevoli. Lo riporta Il Salvagente, citando il provvedimento che accoglie parzialmente l’azione inibitoria collettiva promossa dall’associazione di consumatori Codici. Per i cittadini, la vicenda tocca un tema concreto: quello del greenwashing, ovvero la pratica di presentare prodotti o aziende come più sostenibili di quanto siano realmente dimostrato, influenzando le scelte d’acquisto.
Cosa ha vietato il Tribunale
I giudici hanno ritenuto che le seguenti affermazioni siano state formulate in modo vago, generico e privo di elementi verificabili:
- «Sai che PET è riciclabile?» – accompagnata da riferimenti all’uso di plastica riciclata (rPET), alla riduzione del peso delle bottiglie e al risparmio energetico;
- «Non solo Packaging» – con richiami a contenitori più leggeri, minori consumi di materie prime, riduzione delle emissioni di CO₂ ed efficientamento energetico;
- «L’innovazione tecnologica dedicata all’ambiente» – dove la sostenibilità viene definita «fattore imprescindibile» del modello di business e si parla di un «processo virtuoso» lungo tutta la filiera;
- «Più rPET, meno plastica vergine» – che evidenzia l’utilizzo del 30% di plastica riciclata nelle bottiglie, sopra il minimo europeo del 25%;
- «San Benedetto è Sostenibilità» – slogan ritenuto particolarmente fuorviante perché suggerisce una produzione complessivamente priva di impatti, mentre l’imbottigliamento, il confezionamento e il trasporto comportano inevitabilmente consumi di materie prime, energia ed emissioni.
Il punto cruciale: non basta che le informazioni siano vere
Il Tribunale non nega che San Benedetto utilizzi plastica riciclata, alleggerisca alcune bottiglie o abbia realizzato interventi di efficientamento energetico. Il problema, secondo i giudici, è un altro: le affermazioni non precisano a quali prodotti si riferiscano, quale sia il termine di confronto, come siano calcolati i risparmi dichiarati o quale sia l’effettivo beneficio ambientale.
In altre parole, anche un’informazione di per sé corretta può risultare ingannevole se porta il consumatore ad attribuire all’azienda o ai suoi prodotti benefici ambientali più ampi di quelli effettivamente dimostrati. Un principio che riguarda da vicino chiunque scelga un prodotto anche in base alle sue credenziali ecologiche.
Cosa resta consentito
Il provvedimento distingue tra slogan generici e comunicazioni documentate. Restano utilizzabili le informazioni che riportano dati puntuali e verificabili, come quelle sulla quantità di plastica risparmiata grazie all’alleggerimento delle bottiglie. Via libera anche al marchio «Ecogreen» e alla formula «Ecogreen: il nostro impegno concreto», perché collegati – tramite il QR code sulle bottiglie – a informazioni tecniche dettagliate e specifiche.
Non è la prima volta
Secondo Il Salvagente, non si tratta di un caso isolato per l’azienda. Esattamente un anno fa, l’Antitrust aveva già portato San Benedetto a eliminare dalle etichette e dalla comunicazione le diciture «CO₂ Impatto Zero» e «Produzione a impatto zero». Il nuovo decreto del Tribunale di Venezia riguarda affermazioni rimaste online o introdotte successivamente.
Cosa significa per i consumatori
La questione non è solo ambientale: è economica e riguarda il diritto a un’informazione commerciale affidabile. Come sottolinea Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici: «Un’informazione commerciale chiara, verificabile e non ingannevole consente ai cittadini di effettuare scelte consapevoli, ma costituisce anche uno strumento essenziale di contrasto alla concorrenza sleale: impedisce che chi ricorre a dichiarazioni ambientali generiche o non adeguatamente dimostrate ottenga un vantaggio competitivo indebito rispetto alle imprese che investono realmente in innovazione, qualità e sostenibilità».
Dal canto suo, Acqua Minerale San Benedetto ha comunicato di aver già apportato tutte le modifiche richieste e ha precisato in una nota che il decreto «ha respinto gran parte dei motivi di ricorso proposti dall’associazione Codici» e «rappresenta per l’azienda un ulteriore contributo alla definizione di criteri sempre più chiari, specifici e trasparenti nella comunicazione rivolta ai consumatori».
Cosa può fare il consumatore
Se ritieni di essere stato indotto in errore da affermazioni ambientali ingannevoli su un prodotto – non solo acqua minerale, ma qualsiasi bene di consumo – puoi:
- Segnalare la pratica all’Antitrust (AGCM), che ha competenza sulle pratiche commerciali scorrette;
- Rivolgerti a un’associazione di consumatori riconosciuta, che può valutare la possibilità di un’azione collettiva;
- Conservare prove della comunicazione ingannevole (screenshot, foto dell’etichetta) nel caso in cui tu voglia presentare una segnalazione formale.
La sentenza veneziana ribadisce un principio sempre più centrale: le imprese possono e devono comunicare i propri progressi ambientali, ma devono farlo con messaggi specifici, circostanziati e verificabili. Senza questo standard, il rischio è che la parola «sostenibilità» perda qualsiasi significato reale per chi acquista.




